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Guida al Bitcoin e alle criptovalute

C’è chi crede che il Bitcoin sia soltanto di una moda destinata a sparire presto, e chi invece è convinto che cambierà non solo il modo in cui effettuiamo gli acquisti, ma l’intera economia mondiale. Certo è che le criptovalute – e particolarmente la più famosa tra loro, ossia Bitcoin – in tempi recenti si sono imposte con prepotenza all’attenzione mondiale.

Che cosa sono le criptovalute

Nonostante la notorietà sia giunta soltanto di recente, l’idea alla base delle criptovalute non è nuova. L’intuizione di creare un nuovo tipo di moneta sganciato dal sistema bancario tradizionale e legato invece ai progressi della tecnologia (sfruttando i principi delle reti peer-to-peer) risale addirittura al 1983 ma divenne particolarmente degna di attenzione nel 1998, quando l’informatico statunitense Wei Dai ideò b-money, un «sistema anonimo e distribuito di contanti digitali». Già questa prima definizione aiuta a capire che cosa sia una criptovaluta: si tratta di una moneta che non è emessa da un istituto centrale ma generata da computer, i quali controllano sia l’emissione della valuta sia le transazioni effettuate con essa; esiste soltanto in forma digitale, ma può essere spesa per fare acquisti online esattamente come le monete tradizionali (posto, naturalmente, che i siti presso cui si fanno acquisti la accettino).
Il prefisso cripto indica poi un’ulteriore caratteristica di questo tipo di moneta: le operazioni che ne consentono l’esistenza stessa e lo sfruttamento per la compravendita di beni, ma anche lo scambio di valuta e l’attribuzione della proprietà della valuta stessa, avvengono attraverso le tecniche tipiche della crittografia.

Nessun controllo centrale

Le criptovalute non dipendono da un unico ente – come potrebbe essere una Banca Centrale – né soggiaciono ai tradizionali meccanismi finanziari. Una moneta di questo tipo è dunque, per via della sua natura, decentralizzata o “anarchica”: nessuno ne controlla il valore, che viene invece determinato dalla legge della domanda e dell’offerta. Anche lo scambio di criptomonete tra due utenti non richiede l’intervento di un soggetto terzo che lo regoli: tutto avviene direttamente tra le due parti interessate, mentre l’incarico di verificare l’autenticità dei fondi in gioco e la loro disponibilità viene affidato ai nodi più vicini della rete peer-to-peer.
Nonostante l’interesse suscitato soprattutto negli ambienti della crittografia e nel settore delle reti paritetiche, B-money rimase quasi soltanto una curiosità; tutto cambiò però quando, nel 2009, Satoshi Nakamoto lanciò Bitcoin, un’invenzione destinata a essere considerata “la criptovaluta” per antonomasia.

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Come si generano le criptovalute

Bitcoin riprende molte delle idee che stavano alla base di b-money, a partire dal sistema con il quale la valuta viene generata, ossia la fase familiarmente nota come mining. Perché possa generare valuta, un computer esegue un particolare algoritmo matematico complesso secondo uno schema definito “proof-of-work”. Ciò significa che l’operazione richiede molto tempo e calcoli intensi per essere portata a termine, ma anche che può essere facilmente verificata da terzi.
La comunità costituita intorno alla criptovaluta esegue quindi la verifica del lavoro svolto e, a conclusione di questa fase, viene aggiornato una sorta di “libro mastro” elettronico (che, in pratica, è un database distribuito) della criptovaluta, nel quale è indicata la disponibilità mondiale della stessa. Il computer che esegue il lavoro viene ricompensato con una certa quantità della criptovaluta stessa, che confluisce nel portafogli dell’utente.

I portafogli

Oltre che generate (o come si usa dire “minate”, nel senso di “estratte col mining”), le criptovalute possono anche essere acquistate su siti particolari dedicati al loro scambio. In ogni caso, ogni ammontare di criptovalute viene conservato in ciò che è chiamato “portafogli” (wallet, in inglese), ma che si può anche semplicemente considerare come l’equivalente di un conto corrente online. L’analogia con il portafogli che tutti abbiamo in tasca è d’altra parte evidente: come le monete fisiche stanno in un portafogli fisico, così le monete digitali stanno in un portafogli digitale.
Il portafogli è il mezzo indispensabile per operare con le criptovalute. Esso serve infatti non soltanto per conservare le monete, ma anche per ordinare i trasferimenti di valuta ad altri utenti, ricevere o effettuare pagamenti (senza pagare commissioni, dato che non ci sono altri soggetti coinvolti), avere lo storico di tutte le transazioni, e naturalmente fare acquisti online presso i siti che accettano la criptovaluta prescelta. Per avere ben chiaro il panorama è necessario inoltre tenere presente che colloquialmente con il termine “portafogli” si indicano in realtà due cose che, seppure siano legate tra loro, non sono identiche. Da un lato, infatti, si indica il “contenitore” delle criptovalute, identificato da una stringa alfanumerica nota come indirizzo (address, in inglese), ossia il portafogli in senso stretto; dall’altro si indicano i vari sistemi di gestione di questo portafogli, spesso indicati anch’essi semplicemente come “portafogli”. Oggi esistono tre tipi di sistemi per la gestione del portafogli: quelli “locali”, che sono dei software da eseguire sullo smartphone, sul tablet o sul Pc; quelli “remoti”, che sono servizi offerti da società specializzate, e sono accessibili via web; e quelli hardware, che sono dei piccoli apparecchi, simili alle chiavette USB, e offrono il vantaggio di poter essere scollegati dal Pc e conservati offline, al riparo da qualsiasi attacco.

L’indirizzo

Le criptovalute si chiamano in questo modo perché sfruttano le tecniche della crittografia. In particolare, per la gestione dei portafogli si utilizza un sistema a chiave pubblica/chiave privata. Quando si crea un portafogli si creano anche almeno una coppia di chiavi – una pubblica e una privata – e un indirizzo, che può corrispondere alla chiave pubblica o esserne una versione personalizzata, ottenuta tramite particolari algoritmi o scelta dall’utente: in ogni caso, si tratta sempre di una serie di caratteri alfanumerici.
Per poter trasferire un determinato ammontare di valuta a un altro utente è necessario conoscere il suo indirizzo (o la chiave pubblica): possiamo paragonare l’indirizzo al codice IBAN di un conto corrente tradizionale, che è necessario conoscere se, per esempio, si vuole operare un bonifico a vantaggio di quel conto. La chiave privata, come il nome suggerisce, va invece custodita gelosamente: essa serve per autorizzare le transazioni. In pratica, se qualcuno vuole trasferire criptovaluta da un portafogli a un altro, per autorizzare l’invio deve conoscere e fornire la chiave privata.

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I Bitcoin

Ideati alla fine del 2008 e resi noti nel 2009 dal misterioso Satoshi Nakamoto, i Bitcoin sono certamente la più famosa delle criptovalute anche a causa del recente aumento di valore, che li ha portati ad essere citati dalla stampa e dalla televisione, facendoli in tal modo conoscere al grande pubblico. Essendo una delle prime implementazioni del concetto di criptovaluta, riprendono le principali caratteristiche ideate inizialmente da Wei Dai e vi aggiungono le idee elaborate personalmente da Nakamoto, mentre altre valute nate successivamente si discostano per alcuni dettagli. I Bitcoin sono stati anche la prima criptovaluta a venir adoperata per l’acquisto di beni e servizi: nel dark web, infatti, l’anonimato e la mancanza di un controllo centrale garantito dal sistema Bitcoin ne ha fatto presto la valuta d’elezione per chi sia interessato a mantenere segreta la propria identità (che abbia motivi leciti o meno).
Inizialmente, chiunque fosse in possesso di un Pc poteva partecipare al progetto Bitcoin e iniziare a fare il mining di una valuta che valeva praticamente niente. A mano a mano che l’estrazione è proseguita, però, generare nuovi Bitcoin è diventato sempre più difficile, richiedendo una sempre maggiore potenza di calcolo.
Tutto ciò è una conseguenza voluta della natura stessa dei Bitcoin: sebbene il loro valore non sia definito da alcuno, la quantità di valuta in circolazione è limitata a priori e il numero totale di Bitcoin ha un limite, fissato a 21 milioni. Queste caratteristiche impediscono che qualcuno possa utilizzare mezzi, come l’inflazione da valuta in circolazione, per incidere sulla ricchezza posseduta dagli utenti. Anche il ritmo di generazione è stato ampiamente previsto e fissato all’interno del sistema: si dimezza ogni quattro anni. Nel 2013 è stata raggiunta la metà del numero massimo di monete generabili, e nel 2017 si è arrivati a tre quarti. Il completamento del mining è previsto per il 2140, sebbene qualora la capacità di estrazione dovesse aumentare drasticamente in futuro tale data inevitabilmente sarà anticipata. Quando tutti i Bitcoin saranno estratti, molto probabilmente il loro valore subirà una deflazione (ossia aumenterà) e nodi della rete si finanzieranno non con la generazione di moneta – che sarà impossibile – ma basandosi sulla loro capacità di gestire le transazioni.

I primi miner sono oggi milionari

Il 22 maggio 2010 è una data a suo modo storica per il mondo dei Bitcoin, poiché in quel giorno uno sviluppatore riuscì a usarli per comprarsi ben due pizze. Il prezzo pagato? Ben 10.000 Bitcoin, allora praticamente sconosciuti ma equivalenti a circa 40 dollari. Quell’acquisto fu la prova che, con la collaborazione di tutti, le criptovalute potevano essere una moneta quantomeno al pari delle altre. Quel lontano giorno del 2010 è di recente diventato noto in quanto sottolinea l’impressionante evoluzione subita dai Bitcoin in questi anni: verso la fine del 2017, infatti, con quegli stessi 10.000 Bitcoin si sarebbe potuto comprare molto più di due pizze, dato che il loro valore negli ultimi tempi era schizzato verso l’alto e a quel punto si aggirava intorno agli 80 milioni di euro. Chi ha partecipato al mining iniziale dei Bitcoin (e non ha perso l’accesso al proprio portafogli, come pure è capitato), quando in poco tempo si potevano generare migliaia di criptomonete, ora si trova seduto su una fortuna: anche se all’inizio del 2018 il valore dei Bitcoin è calato un po’, resta comunque molto alto. Al momento, 1 Bitcoin vale circa 7.000 euro.

Come si apre un portafogli

Entrare nel mondo delle criptovalute non è complicato: tutti i dettagli tecnici, compresa la creazione delle chiavi crittografiche, oggi sono nascosti dietro interfacce accattivanti e semplici da usare. Tutto ciò che bisogna fare è aprire un portafogli, magari iniziando da uno dei servizi più semplici disponibili tramite web. Anche in questo caso, come in ogni operazione compiuta online, è bene fare attenzione: non tutti i siti che si offrono di gestire il denaro (reale o virtuale che sia) sono ugualmente affidabili.
Uno dei siti più adoperati da chi inizi è Coinbase, che oltre a Bitcoin supporta anche altre criptovalute come Litecoin, Ethereum, Bitcoin Cash ed Ethereum Classic. Per iniziare è necessario iscriversi fornendo nome, cognome, indirizzo e-mail e numero di telefono cellulare (per ricevere il codice di verifica in due passaggi), proprio come presso pressoché qualunque altro servizio online. Il servizio si occupa di creare un account e aprire un portafogli per ogni valuta, fornendo – alla voce Conti – gli indirizzi necessari per cominciare a ricevere pagamenti nelle varie criptovalute. Da lì si possono anche acquistare Bitcoin indicando un metodo di pagamento, che può essere un conto corrente bancario oppure una carta di credito o di debito.

Usare un software per Pc

Se non ci si vuole affidare a un servizio online ma si preferisce un software per smartphone o Pc (o addirittura scegliere un portafoglio hardware) e si è interessati ai Bitcoin, che dopotutto sono la criptovaluta più diffusa, ci si può rivolgere al sito bitcoin.org che mantiene un elenco aggiornato di alternative affidabili e fornisce anche tutte le istruzioni necessarie per iniziare, anche in italiano.
In generale ogni software, al momento dell’installazione, consente di scegliere se creare un nuovo portafogli (e quindi generare delle nuove chiavi) oppure importarne uno esistente, magari creato con un altro software o servizio. In questo secondo caso bisogna avere a portata di mano la chiave privata, l’unica che consente accesso completo al portafogli: se si dispone soltanto dell’indirizzo (o chiave pubblica) tutto quel che si può fare è osservare il portafogli, ma non utilizzarlo.
Se invece si propende per creare un nuovo indirizzo, c’è un’altra operazione importante da effettuare: salvare il seed. La generazione delle chiavi avviene infatti in modo pseudocasuale tramite alcuni algoritmi. Per essere certi che una nuova chiave non corrisponda a nessun’altra esistente al mondo, ognuna è generata a partire da un seme (seed, appunto) diverso, composto da una sequenza di parole casuali. Conservare queste parole, possibilmente su carta (affinché non siano accessibili da remoto) e in un posto sicuro, è fondamentale, in quanto grazie a esse sarà possibile recuperare il portafogli in caso di guasti al computer. In caso contrario il portafogli – e il suo prezioso – contenuto saranno persi per sempre.
Se per qualche motivo non si vuole utilizzare la carta si può al limite anche optare per un file di testo su chiavetta Usb, ma deve trattarsi di una chiavetta che non sarà mai utilizzata per altro ed egualmente conservata in luogo adatto e sicuro. Se si opta per foglio e chiavetta, può essere senz’altro una buona idea conservarli in posti separati.

Il misterioso Satoshi Nakamoto

L’identità di Satoshi Nakamoto è avvolta da un alone di romanticismo e leggenda che ben si attaglia all’ideatore di un’invenzione che dovrebbe – a dare retta ai suoi sostenitori – rivoluzionare l’economia così come l’abbiamo conosciuta sinora. Nessuno sa chi sia realmente. È generalmente dato per assodato che Satoshi Nakamoto sia uno pseudonimo, anche se nel corso degli anni alcuni hanno preteso di vederci un’indicazione del nome reale di questo sfuggente personaggio, tanto da identificarlo ora in questa ora in quella persona. Nakamoto ha fatto la sua apparizione in Rete nel 2009, con un messaggio nel quale presentava la sua invenzione: Bitcoin. Da allora vari sono stati i tentativi di identificarlo ma nessuna prova portata a sostegno delle varie identità indicate è mai stata considerata conclusiva. Oggi, anche se pure il grande pubblico è a conoscenza dell’esistenza dei Bitcoin, pochi sanno che dietro la più popolare criptovaluta c’è un genio sfuggente, e ancora meno persone (ammesso che ce ne siano) sanno chi egli sia in realtà.

Il Pc di casa non basta più

Quando i Bitcoin – la più famosa delle criptovalute – hanno iniziato ad acquisire popolarità (inizialmente tra i più esperti di informatica) un computer casalingo era tutto sommato sufficiente per eseguire il mining. Sfruttando la potenza della CPU e della GPU chiunque poteva contribuire alla generazione dei Bitcoin, anche se allora il loro valore era limitato.
Oggi questo scenario è completamente cambiato. Per sua stesa natura, il processo di generazione dei Bitcoin diventa sempre più complesso con l’aumentare del numero dei Bitcoin estratti. Così serve hardware sempre più potente e, anzi, ormai è necessario utilizzare hardware dedicato per riuscire a completare il lavoro e sperare in una ricompensa. I PC casalinghi non sono più adatti. Anche ammesso che, concedendo loro abbastanza tempo, possano concludere i calcoli necessari, la spesa per la corrente consumata dal computer sarebbe ben superiore al valore dei Bitcoin generati, anche nonostante la crescita del valore di questi ultimi. Al loro posto, oggi si usano degli apparecchi appositi, chiamati ASIC miner (Application-specific integrated circuit chips, ossia Chip di Circuiti Integrati per Applicazioni Specifiche).

Possono arrivare a costare anche qualche migliaio di euro.