I giudici europei hanno respinto il ricorso presentato da Google contro la multa record decisa dalla Commissione europea nel 2018. Al centro della controversia c’erano le modalità con cui il gruppo statunitense gestiva l’ecosistema Android, favorendo le proprie applicazioni e limitando le possibilità offerte ai servizi concorrenti.
Quello appena respinto rappresentava l’ultimo strumento legale a disposizione di Google. La sanzione, rideterminata in 4,124 miliardi di euro, deve quindi essere considerata definitiva.
Perché Google è stata multata per Android
Per ricostruire l’origine del caso è necessario tornare al luglio 2018, quando la Commissione europea stabilì che Google stava utilizzando Android per rafforzare ulteriormente la posizione dominante del proprio motore di ricerca.
Le autorità europee contestarono in particolare tre differenti pratiche commerciali. La prima riguardava l’obbligo imposto ai produttori di preinstallare Google Search e il browser Chrome sui dispositivi per poter ottenere l’accesso al Play Store.
La seconda pratica consisteva nei pagamenti riconosciuti ad alcuni produttori di smartphone e operatori telefonici affinché installassero Google Search in esclusiva sui propri dispositivi.
La terza contestazione riguardava invece il divieto imposto ai produttori di vendere smartphone basati su versioni modificate di Android, note come “fork”, che non fossero state preventivamente approvate da Google.
Secondo la Commissione, l’insieme di queste condizioni contribuiva a proteggere il predominio del motore di ricerca del gruppo, ostacolando lo sviluppo di alternative e riducendo la concorrenza all’interno del mercato mobile.
La multa iniziale ammontava a 4,3 miliardi di euro e, al momento della sua introduzione, rappresentava la sanzione più elevata mai applicata dalla Commissione europea. Nel settembre 2022, il Tribunale dell’Unione europea confermò gran parte delle contestazioni, riducendo però l’importo a 4,124 miliardi di euro.
Una controversia iniziata diversi anni fa
Il confronto tra Google e le autorità europee non è recente. Già nel 2016 era stato segnalato l’avvio di un procedimento della Commissione europea relativo ad Android e alle applicazioni installate in modo predefinito sugli smartphone.
Il problema della preinstallazione obbligatoria era emerso ancora prima. Nel 2014, lo store alternativo Aptoide aveva avviato un’azione legale contro Google, accusando l’azienda di abusare della posizione dominante esercitata attraverso il Play Store.
Negli anni successivi, Google ha continuato a contestare la decisione europea, portando la controversia fino alla Corte di giustizia dell’Unione europea nel tentativo di ottenere l’annullamento o un’ulteriore riduzione della multa.
I giudici riuniti in Lussemburgo hanno tuttavia respinto tutte le argomentazioni presentate dall’azienda e dalla società madre Alphabet. La Corte ha quindi confermato la sanzione relativa all’abuso della posizione dominante detenuta da Google Search all’interno dell’ecosistema Android.
La decisione chiude una battaglia legale durata diversi anni e rende obbligatorio il pagamento dell’importo stabilito nel 2022.
Google ha già modificato alcune pratiche
Google continua a non condividere le conclusioni raggiunte dai giudici europei. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato all’AFP che la sentenza non terrebbe adeguatamente conto degli importanti investimenti effettuati per mantenere Android aperto, interoperabile e disponibile gratuitamente.
La dichiarazione, riportata da BFMTV, sottolinea inoltre che Google avrebbe già modificato i propri accordi commerciali per rispettare la decisione originaria adottata nel 2018.
Negli ultimi anni, il gruppo ha infatti introdotto nuove schermate e procedure attraverso le quali gli utenti possono scegliere il browser e il motore di ricerca da utilizzare come opzioni predefinite sui dispositivi Android.
Questi cambiamenti hanno ridotto almeno in parte il vantaggio garantito in precedenza ai servizi sviluppati direttamente da Google, offrendo maggiore visibilità alle soluzioni concorrenti durante la configurazione iniziale dello smartphone.
Al termine del procedimento, Google dovrà quindi versare 4,124 miliardi di euro. Per gli utenti comuni di smartphone Android, la conferma della sanzione non comporterà conseguenze immediate nell’utilizzo quotidiano dei dispositivi.
La decisione assume però un valore particolarmente importante dal punto di vista normativo. Confermando definitivamente il ragionamento seguito dalla Commissione europea, la Corte ha creato un precedente che potrà essere utilizzato dalle autorità impegnate a regolamentare le attività dei grandi gruppi tecnologici, sia in Europa sia negli altri mercati internazionali.