Secondo la nuova normativa approvata dal Parlamento francese il 21 luglio 2026, l’accesso ai social media sarà vietato ai minori di 15 anni. La misura entrerà in vigore dal 1° settembre 2026 per i nuovi account e dal 1° gennaio 2027 per quelli già esistenti, in attesa del via libera definitivo del Consiglio costituzionale. La Francia diventerà così il primo Paese dell’Unione Europea a introdurre un limite di età così severo, ma resta da capire se il provvedimento riuscirà davvero a modificare le abitudini dei più giovani. L’esperienza australiana, avviata nei mesi scorsi, lascia infatti più di un dubbio.
In Australia il divieto di utilizzare i social media per gli under 16 è entrato in vigore nel dicembre 2025. A quattro mesi dall’introduzione della legge, soltanto il 25% circa dei ragazzi tra i 14 e i 15 anni rispettava le nuove regole. Due mesi più tardi la percentuale era già precipitata fino ad appena il 6%, mettendo in evidenza tutte le difficoltà di applicazione del provvedimento.
Perché il divieto australiano non ha funzionato
Un gruppo di sette studiosi, tra cui il giurista di Harvard Cass Sunstein, ha analizzato il caso australiano nel documento di lavoro intitolato Why bans fail. Secondo i ricercatori, tutto ruota attorno a un “punto di svolta”: un adolescente decide di abbandonare i social soltanto se anche una parte consistente del proprio gruppo di amici fa la stessa scelta. In media, i giovani intervistati hanno dichiarato che sarebbero disposti a rinunciare alle piattaforme solo se almeno due terzi dei loro coetanei smettessero contemporaneamente di utilizzarle.
Con un tasso di adesione iniziale fermo a circa un quarto degli utenti coinvolti, il meccanismo si è rapidamente ribaltato. Chi rispettava il divieto è stato percepito come l’eccezione all’interno del gruppo, mentre la maggioranza ha continuato a utilizzare normalmente i social network.
A rendere ancora meno efficace la misura è stata la facilità con cui gli adolescenti sono riusciti ad aggirare i controlli. Il 75% dei ragazzi australiani ha dichiarato che creare un account con una data di nascita falsa, utilizzare il profilo di un fratello maggiore oppure ricorrere a una VPN è semplice o molto semplice. Molti hanno sospeso temporaneamente l’utilizzo delle piattaforme, salvo poi tornarvi quando hanno verificato che i propri amici continuavano a essere presenti online.
Nel frattempo il governo australiano ha deciso di irrigidire ulteriormente le regole. Alla fine di giugno è stato annunciato il raddoppio della sanzione massima prevista per le piattaforme che non rispettano la normativa, passata da 49,5 a 99 milioni di dollari australiani, pari a circa 60 milioni di euro. L’autorità eSafety ha già avviato verifiche nei confronti di Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube. Il primo ministro ha dichiarato che i grandi gruppi tecnologici non starebbero facendo abbastanza per garantire il rispetto della legge.
La Francia rischia di affrontare gli stessi problemi?
Secondo l’economista Christopher Roth, modificare le abitudini degli adolescenti significa convincere soprattutto i ragazzi che influenzano maggiormente il proprio gruppo di amici. Il problema, però, è che rispettare le regole non porta alcun riconoscimento sociale. Di conseguenza, quasi nessuno vuole essere il primo a rinunciare ai social media, alimentando il fenomeno della FOMO, ovvero la paura di sentirsi esclusi da ciò che accade online.
Anche in Francia potrebbero quindi emergere dinamiche molto simili, considerando che i comportamenti sociali degli adolescenti non cambiano in base al Paese. Esistono però alcuni elementi che potrebbero favorire l’efficacia della misura, come la futura applicazione europea per la verifica dell’età, sviluppata da sette Stati membri, e il periodo transitorio di quattro mesi previsto per gli account già esistenti.
Nonostante ciò, molti osservatori ritengono che senza strumenti capaci di modificare le abitudini sociali il divieto rischi di rimanere efficace soltanto sulla carta. Altri, invece, invitano a valutare i risultati nel lungo periodo. La rivista Time sostiene che il resto del mondo possa trarre insegnamenti dall’esperienza australiana, mentre The Observer evidenzia come una misura imperfetta non debba necessariamente essere considerata inutile.
Per gli attuali ragazzi con meno di 15 anni, determinati nella maggior parte dei casi a eludere le restrizioni, gli effetti potrebbero essere limitati nell’immediato. L’impatto più significativo potrebbe invece riguardare le nuove generazioni, che cresceranno senza aver mai avuto un accesso libero ai social media prima dei 15 anni. Gli autori dello studio australiano paragonano questa evoluzione a quanto avvenuto con il fumo di sigaretta: un cambiamento culturale diventato evidente soltanto molti anni dopo l’introduzione delle prime restrizioni.


