Nella prima settimana di ottobre il titolo SpaceX è tornato a correre a Wall Street. Dopo aver chiuso settembre a 150,86 dollari ed essere sceso a 148,07 il 1° ottobre, lunedì 5 ottobre ha guadagnato il 7,63% in una sola seduta, chiudendo a 171,09 dollari con volumi vicini ai 135 milioni di azioni scambiate. Secondo la stampa specializzata, la spinta è arrivata anche dopo che Morgan Stanley ha ribadito la propria valutazione positiva sul gruppo. In pochi giorni il titolo ha recuperato quasi il 18%, tornando sui livelli più alti da giugno. Per un’azienda quotata da appena quattro mesi e già valutata intorno ai 2.000 miliardi di dollari, ogni movimento di questo tipo riapre la stessa domanda: che cosa deve succedere da qui al 2030 per giustificare un valore simile?
Quattro mesi sulle montagne russe
La storia in Borsa di SpaceX è breve ma intensa. Il prezzo dell’offerta pubblica iniziale è stato fissato l’11 giugno a 135 dollari per azione e le contrattazioni sul Nasdaq, con il simbolo SPCX, sono partite il 12 giugno. L’operazione ha raccolto circa 75 miliardi di dollari attraverso la vendita di 555,56 milioni di azioni, attribuendo al gruppo un valore di circa 1.770 miliardi. Nelle settimane successive il titolo ha toccato un massimo intorno ai 225 dollari, per poi scendere sotto il prezzo di collocamento tra luglio e agosto, fino a minimi vicini ai 108 dollari all’inizio di agosto. Il rimbalzo di ottobre arriva quindi dopo una correzione di oltre il 50% dal picco.
Una volatilità così ampia non sorprende, se si considera che al debutto era disponibile per gli scambi meno del 5% delle azioni, una quota molto più bassa della media delle grandi quotazioni. Con un flottante ridotto, anche ordini relativamente piccoli possono spostare il prezzo in modo significativo.
Che cosa dicono i conti
Per ragionare sul lungo periodo bisogna partire dai fondamentali. Secondo i dati diffusi in occasione della quotazione, nel 2025 SpaceX ha registrato un margine operativo lordo di circa 6,6 miliardi di dollari a fronte di investimenti per circa 21 miliardi, chiudendo l’anno con una perdita di 4,9 miliardi. Nei soli primi tre mesi del 2026 il rosso ha raggiunto 4,28 miliardi. I ricavi su base annua sono stimati dagli analisti intorno ai 18-19 miliardi di dollari.
Il gruppo oggi non è soltanto un costruttore di razzi. Comprende Starlink, la rete di satelliti per l’accesso a internet che rappresenta la fonte principale di ricavi ricorrenti, e da inizio 2026 anche xAI, la società di intelligenza artificiale che sviluppa il modello Grok e controlla il social network X. Ad agosto Elon Musk ha dichiarato che i ricavi legati all’intelligenza artificiale avrebbero presto superato quelli delle altre attività, una previsione che dovrà essere verificata nei prossimi bilanci. La trimestrale del terzo trimestre, attesa tra fine ottobre e novembre, dovrebbe per la prima volta separare i ricavi di Starlink da quelli dell’intelligenza artificiale.
La matematica del 2030
Con una capitalizzazione intorno ai 2.000 miliardi e ricavi annui di poco inferiori ai 20 miliardi, il titolo tratta a circa cento volte il fatturato. Per avere un termine di paragone, le grandi società tecnologiche statunitensi più redditizie scambiano tipicamente a multipli molto più bassi. Il mercato sta quindi scontando una crescita eccezionale. Un esercizio semplice aiuta a capirne la portata: se nel 2030 SpaceX valesse quanto oggi e il mercato le attribuisse un multiplo di dieci volte i ricavi, il gruppo dovrebbe fatturare circa 200 miliardi di dollari l’anno, dieci volte il livello attuale.
È per questo che le analisi raccolte sotto la voce azioni spacex previsioni 2030 divergono così tanto. Già per la fine del 2026 le stime pubblicate da analisti e testate finanziarie andavano, nei mesi estivi, da un minimo di 100 a un massimo di 310 dollari per azione. Allungando l’orizzonte di quattro anni la forbice si allarga ulteriormente, perché dipende da variabili difficili da stimare: la velocità di crescita degli abbonati Starlink, il successo commerciale di Starship, la capacità di trasformare l’intelligenza artificiale in ricavi, il ritmo degli investimenti e, non ultimo, la possibilità di realizzare progetti ancora tecnologicamente da dimostrare, come i data center nello spazio citati nei documenti di quotazione.
I fattori di rischio
Accanto alle prospettive di crescita ci sono rischi strutturali. Il primo è la governance: grazie alle azioni di classe B, che attribuiscono dieci voti ciascuna, Elon Musk mantiene circa l’82% dei diritti di voto anche dopo la quotazione. Il secondo è l’offerta di titoli: gli insider possono vendere a scaglioni, e a dicembre circa il 40% delle azioni sarà liberamente negoziabile. Il terzo è il contesto macroeconomico: con la Federal Reserve che il 16 settembre ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023, i titoli valutati soprattutto sulla base di utili futuri sono più sensibili alle variazioni del costo del denaro.
Lo sguardo dal Lazio
Per il litorale romano lo spazio non è un tema astratto. Il Lazio ospita uno dei principali poli aerospaziali italiani, tra Roma, Colleferro e i centri di ricerca della capitale, e l’aeroporto di Fiumicino è uno snodo logistico per l’intera filiera. L’andamento di SpaceX, primo operatore mondiale di lanci, influenza il mercato in cui si muovono anche le imprese europee del settore, dai costruttori di satelliti ai fornitori di componenti. Un gruppo che riesce a ridurre il costo di accesso all’orbita cambia le condizioni di concorrenza per tutti.
I prossimi appuntamenti da segnare sono la trimestrale di fine anno e il calendario degli sblocchi delle azioni degli insider. Il rally di inizio ottobre mostra quanto il mercato sia disposto a scommettere sul futuro del gruppo; i conti dei prossimi trimestri diranno quanto di quella scommessa trovi riscontro nei numeri.

